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venerdì, settembre 28, 2007


Anche se lontano dalle mie idee, segnalo l'editoriale de la repubblica (Ezio Mauro) sulla questione tanto discussa dell'antipolitica, dove ci sono molti punti che condivido.
Questa volta l'editoriale mi stupisce perchè attacca duramente non solo la classe politica (chi la difende?) ma giunge a scrivere che la crisi è di sistema.

Evidentemente il direttore del quotidiano la repubblica non può usare il termine più opportuno - in italia il sistema è la repubblica - ma è molto significativo che un conservatore come lui - repubblicano e alto esponente dei massmedia e dei salotti che contano - pensi che la situazione della repubblica è drammatica, che c'è un enorme deficit complessivo di rappresentanza, di impoverimento, di smarrimento non solo del senso dello Stato ma addirittura di uno spirito repubblicano comune e condiviso. ( seconde me questo sentimento condiviso non c'è mai stato)

In Italia ci sono due strade per cercare di uscire dalla profonda crisi di sistema.
La prima è portata avanti da coloro che pensano sia ancora possibile salvare le istituzioni dal collasso - i conservatori - che utilizza l'antipoltica per spingere i politici a riformare il sistema.
La seconda strada è scelta da chi punta sul collasso del sistema, che considera l'antipolitica un passaggio necessario per azzerare il sistema e per realizzare un nuovo stato e costituzione.

La domanda da chiederci è : il regime repubblicano è in grado di auto correggersi?

Secondo me la prima strada non è percorribile, la repubblica è un malato incurabile, non basta ridurre i costi, diminuire i parlamentari, la crisi di uno stato e delle istituzioni non è come quella di un'azienda, dove basta cambiare il management, non basta trasferire o modificare poteri ...
Siamo davanti al rischio conclamato di una regressione democratica, con lo stato repubblicano che è Palazzo, separato, dal paese.

Per non parlare poi della incapacità della classe politica, della mancanza di efficenza ...

Inoltre è impossibile fare distinzioni tra destra e sinistra, ormai termini del passato ed artificali.
Più o meno tutti i partiti parlamentari hanno guidato il governo e il Paese, più o meno tutti hanno lievitato i costi della politica, tutti hanno costruito una "classe" privilegiata, autoprotetta e onnipotente, tutti hanno lottizzato ogni spazio pubblico, corrodendo così nel profondo lo stato e la società ...
In questo senso è drammatico il vuoto di ogni proposta di cambiamento , la rinuncia alla lottizzazione, il rifiuto dei privilegi da parte dei partiti ...

Insomma c'è qualcosa di sistemico che distrugge l'Italia, le istituzioni sono solo Potere privi di rispetto da parte del popolo, è saltata ogni intermediazione organizzativo e culturale riconosciuta e accettata.
Bisogna prendere atto che la repubblica è morta, tutto il resto è piccolo cabotaggio, galleggiamento, navigazione a vista che non porta a nulla di positivo.

La strada obbligata è che c'è bisogno di un nuovo patto tra gli italiani, una nuova costituzione, di un altro stato e di un'altra classe dirigente.

L'EDITORIALE
Antipolitica, per chi suona la campana
EZIO MAURO

C'è qualcosa di impopolare e tuttavia necessario da dire ancora sull'assalto dell'antipolitica al cielo italiano di questo sgangherato 2007. Niente di ciò che sta avvenendo sarebbe possibile se sotto la crosta sottile di questa crisi dei partiti che diventa crisi di rappresentanza, si allarga alle istituzioni, corrode il discorso pubblico, non ci fosse un'altra crisi ben più profonda che continuiamo a ignorare perché non la vogliamo vedere. E' la decadenza del Paese, l'indebolimento della coscienza di sé e della percezione esteriore, la perdita di peso specifico e di identità culturale. Ciò che dà forma contemporanea ad un'idea dell'Italia, la custodisce aggiornandola nel passaggio delle generazioni, la testimonia nel mondo, garantendo una sostanza identitaria agli alti e bassi della politica, ai cicli dell'economia, all'autonoma rappresentazione del Paese che la cultura fa nel cinema, nella letteratura, nel teatro, nella musica, nei media o in televisione.

Se questa idea che il Paese ha di se stesso, e che il mondo ha di noi, non si fosse fiaccata fino a confondersi e smarrirsi, il sussulto di ribellione ai costi crescenti della politica, alla lottizzazione di ogni spazio pubblico con l'umiliazione del merito, all'esibizione pubblica dei privilegi avrebbe preso la strada di una spinta forzata al cambiamento e alla riforma. Non di un disincanto che si trasforma in disaffezione democratica mentre la protesta diventa una sorta di secessione dalla vita pubblica: un passaggio in una dimensione parallela - ecco il punto - dove l'idea stessa di cambiamento cede alla ribellione, e alla cattiva politica si risponde cancellando la politica e abrogando i partiti. Come se cambiare l'Italia fosse impossibile. O, peggio, inutile.

Un Paese che dedica quattro serate tv a miss Italia, riunisce una trentina di persone in un vertice di maggioranza attorno a Prodi, inventa un cartoon politico come la Brambilla per esorcizzare il problema politico della successione a Berlusconi, vede restare tranquillamente al suo posto il presidente di Mediobanca rinviato a giudizio con altri 34 per il crac Cirio, forma due partiti anche per discutere l'eredità Pavarotti e dà ogni sera al Papa uno spazio sicuro nel suo maggior telegiornale, ha la proiezione internazionale che questo triste perimetro autunnale disegna. Un'Italia in forte perdita di velocità, dove l'unico leader capace di innovazione è un manager straniero come Sergio Marchionne mentre il ceto politico è l'elemento più statico, immobile, in un sistema che perde peso e ruolo in Europa e nel mondo. Perché la moda, il Chianti e le Langhe non possono da soli sostenere e rinnovare la tradizione e l'ambizione di un Paese che non può essere soltanto l'atelier dell'Occidente, o la sua casa di riposo.

Ma se tutto questo è vero, e purtroppo lo è, l'antipolitica è soltanto una spia - e parziale - dell'indebolimento di un sentimento pubblico e di uno spirito nazionale, qualcosa che va molto al di là delle dimensione strettamente politica e istituzionale. È quel che potremmo chiamare il senso di una perdita progressiva di cittadinanza in un Paese che perde intanto ogni piattaforma identitaria comune, ogni appartenenza sicura, qualsiasi cultura di riferimento. Come può questo Paese non perdere sicurezza, coscienza, peso, capacità di rappresentare se stesso e di valorizzarsi, innovando e modernizzando?

Il "V-day", a mio giudizio, è una prova di questo impoverimento. Solitudini politiche sparse, delusioni individuali, secessioni personali si riuniscono in uno show, come se cercassero "soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche". È quella che Zygmunt Bauman chiama la comunità del talk-show, con gli idoli che sostituiscono i leader, mentre il potere dei numeri - la folla - consegna loro il carisma, capace a sua volta di trasformare gli spettatori in seguaci. Attorno, la celebrità sostituisce la fama, la notorietà vale più della stima, l'evento prende il posto della politica e trasforma i cittadini da attori a spettatori: pubblico.

Ma come si fa a non vedere che in questa atrofia del discorso politico, che cortocircuita se stesso trasformando il "vaffanculo" nella massima espressione di impegno civile dell'Italia 2007, c'è la decadenza di ogni autorità, il venir meno di ciò che si chiamava "l'onore sociale" dei servitori dello Stato, il logoramento vasto del potere nel suo senso più generale: il potere in forza della legalità, in forza "della disposizione all'obbedienza", nell'adempimento di doveri conformi a una regola.

Se è questo che è saltato, il vuoto allora riguarda tutti, non soltanto la classe politica. È l'establishment del Paese nel suo insieme che invece di sentirsi assolto dal pubblico processo al capro espiatorio politico, deve rendere conto di questo deficit complessivo di rappresentanza, di questo impoverimento del sistema-Italia, di questa secessione strisciante, dello smarrimento non solo del senso dello Stato ma anche di uno spirito repubblicano comune e condiviso. Troppo comodo partecipare al valzer dell'antipolitica dagli spalti di un capitalismo asfittico nelle sue scatole cinesi, di una finanza che cerca il comando senza il rischio, di un'industria che dello Stato conosce solo gli aiuti e mai le prerogative.

Quando la crisi è di sistema e l'indebolimento del Paese è l'unico risultato visibile ad occhio nudo, davanti alla secessione strisciante di troppi cittadini dalla cosa pubblica bisognerebbe che l'establishment italiano evitasse di contare in anticipo le monetine da lanciare contro la politica, aspettando la supplenza e sognando l'eredità. Meglio chiedersi, finché c'è tempo, per chi suona la campana.

(27 settembre 2007)

larepubblica

martedì, settembre 25, 2007


Di fronte alla lotta ai costi della politica giustamente gli italiani si indignano, ma ho l'impressione che il libro La Casta, i numerosi articoli ed inchieste comparsi sui quotidiani sono soltanto parole buttate al vento.
Comincio a pensare che la spazio dato dai massmedia alla lotta ai costi e agli sprechi della politica è solo una moda, un facile modo per aumentare le vendite delle copie...

Prima del libro di Stella e Rizzo i giornali e tv non hanno mai verificato il buon funzionamento dello stato e della politica e ciò conferma l'idea che i massmedia sono il cane da guardia del Potere.

D'altronde si sapeva già che i costi dei politici e dello stato repubblicano sono inaccettabili.

Purtroppo la battaglia contro gli sprechi è lontana dall’essere vinta, la Camera dei deputati recentemente ha approvato il suo bilancio aumentando ulteriormente i costi.

Quando si parla di costi della politica è facile cadere nella demagogia, ma i dati parlano chiaro.
E poi è davvero insopportabile sentire i politici dire che bisogna tagliare, che i cittadini devono fare dei sacrifici, eccetera.
Non dovrebbero i politici dare prima il buon esempio?

Comunque il vero problema non è il costo della politica ma è la sua inefficienza ed incapacità.
Infatti se la classe politica e lo stato fossero efficenti e capaci di migliorare l'Italia per me potrebbero benissimo aumentarsi lo stipendio e raddoppiare le cariche perchè è giusto premiare chi è bravo.

E' l'inefficenza dello stato che frena l’economia, è lei che ha causato un debito pubblico esagerato.
Abbiamo bisogno di un altro stato, di un'altra classe politica!


L'insofferenza dei cittadini, l'«antipolitica» e l'ascesa di Beppe Grillo
I costi della politica salgono ancora
La Casta promette e non mantiene
In soli tre anni i costi di Montecitorio saranno aumentati del 9,2% con un aggravio sulle casse pubbliche di 92 milioni di euro

Cosa deve accadere, perché capiscano? Devono esplodere il Vesuvio, fallire l'Alitalia, rinsecchirsi il Po, crollare la Borsa, chiudere gli Uffizi, dichiarare bancarotta la Ferrari? Ecco la domanda che si stanno facendo molti cittadini italiani. Stupefatti dalla reazione di una «casta» che, nel pieno di polemiche roventi intorno a quanto la politica costa e quanto restituisce, pare ispirarsi a un antico adagio siciliano: «Calati juncu ca passa a china», abbassati giunco, finché passa la piena. Un giorno o l'altro la gente si rassegnerà...

Non sono bastati infatti mesi di discussioni su certi privilegi insopportabili di quanti governano a livello nazionale o locale, decine di titoli a tutta pagina di quotidiani e settimanali, ore e ore di infuocati dibattiti televisivi, code mai viste nelle librerie di lettori affamati di volumi che li aiutassero a capire. Non è bastata la sbalorditiva rimonta nella raccolta delle firme del referendum elettorale che dopo essere partita maluccio è arrivata in porto trionfalmente. Non sono bastate le piazze stracolme intorno a Beppe Grillo e le centinaia di migliaia di sottoscrizioni alle sue proposte di legge di iniziativa popolare.
Macché: non vogliono capire. Non tutti, certo. Ma in troppi non vogliono proprio capire. Lo dimostra, ad esempio, il bilancio appena varato della Camera dei deputati. Dove una cosa spicca su tutte: dopo tante dichiarazioni di buona volontà e pensosi inviti a rifiutare ogni tesi precostituita e sospirate ammissioni che alcuni «benefit » erano proprio indifendibili e solenni impegni a tagliare, le spese sono cresciute ancora. E ben oltre l'inflazione. Il palazzo presieduto da Fausto Bertinotti era costato nel 2006, quando i primi mesi erano stati gestiti dalla destra, 981.020.000 euro: quest'anno, alla faccia di quanti sostenevano che tutta la colpa fosse della maggioranza berlusconiana che aveva lasciato una «macchina » spendacciona, ne costerà 1.011.505.000. Con un aumento del 3,11 per cento: il doppio dell'inflazione.

GLI STIPENDI E GLI AFFITTI - Non basta. Nel 2008, stando alle previsioni del bilancio triennale, queste spese che già hanno sfondato (prima volta) la quota-choc di un miliardo di euro, cresceranno ancora. Fino a 1.032.670.000. Per impennarsi ulteriormente nel 2009 fino alla cifra sbalorditiva di 1.073.755.000. Sintesi finale: in soli tre anni i costi di Montecitorio, dopo tutto il diluvio di belle parole spese per arginare l'irritazione popolare, saranno aumentati del 9,2%. Con un aggravio sulle pubbliche casse di 92 milioni di euro in più rispetto al 2006.

Ricordate cosa avevano assicurato, per arginare la mareggiata di contestazioni, a proposito dello stipendio dei deputati? Che l'indennità, che stando alla politica degli annunci è già stata tagliata un mucchio di volte, sarebbe calata. Falso: costerà il 2,77 per cento in più: un punto abbondante oltre l'inflazione. E i vitalizi? Il 2,93 per cento in più. Per non dire delle retribuzioni del personale. Avete presente la denuncia dell'Espresso sulle buste paga dei dipendenti delle Camere? La scandalosa scoperta che un barbiere del Senato può arrivare a 133 mila euro lordi l'anno e cioè 36 mila euro più del Lord Chamberlain della monarchia inglese? Che un ragioniere della Camera può arrivare a 238 mila, cioè circa ventimila euro più dell'appannaggio del presidente della Repubblica? Bene: stando al bilancio di Montecitorio, il monte-paghe del personale costerà nell'anno in corso il 3,73 per cento in più.
Oltre il doppio dell'inflazione.

Quanto agli affitti per i palazzi a disposizione (insieme col Senato la Camera è arrivata, tra immobili di proprietà e in locazione, a 46) sono cresciuti del 6,6%: il quadruplo dell'inflazione. Eppure non è neppure questo il record. I traslochi e il «facchinaggio» erano costati nel 2006 la bellezza di 1.255.000 euro, con un rincaro di 45.000 euro sul 2005. Dissero: «Si è dovuta tenere in giusta considerazione la spesa aggiuntiva» dovuta alle «esigenze inevitabili nel corso del cambio di una legislatura ». Può darsi. Ma allora a cosa è dovuta quest'anno l'ulteriore aggiunta di altri 100 mila euro, pari a un aumento di oltre l'8 per cento? Siamo entrati, senza saperlo, in una nuova legislatura?

LE SPESE PER I VIAGGI - Quanto ai viaggi, le polemiche sull'uso spropositato degli aerei di Stato prima nell'era berlusconiana e poi nell'era unionista, sono scivolate via come acqua. Basti dire che le spese di trasporto, alla Camera, aumentano del 31,82%. Diranno: è perché da questa legislatura ci sono 12 deputati degli Italiani all'estero che devono tenere i rapporti con i nostri elettori emigrati. Costoso ma giusto. Tesi inesatta. È vero che 1.450.000 euro (121 mila per ogni parlamentare) se ne vanno in «trasporti aerei circoscrizione estero». Ma il costo complessivo dei viaggi aerei, al di là del via vai di questa pattuglia di deputati «esteri», salirà da 6 milioni a 7 milioni 550 mila. Un'impennata sconcertante.
Ma mai quanto quella dei costi dei gruppi parlamentari. La regola sarebbe chiara: si può dar vita a un gruppo parlamentare se si hanno almeno 20 deputati. Su questa base, all'inizio della legislatura avrebbero dovuto essere otto. Ma grazie alle deleghe concesse dal subcomandante Fausto sono saliti via via a quattordici. Con una moltiplicazione delle sedi (che ha costretto a prendere in affitto nuovi uffici nonostante i deputati potessero già contare su spazi procapite per 323 metri quadri), delle segreterie (più 12,3% sul 2006), delle spese varie. Al punto che i contributi ai gruppi, che nel 2005 erano pari a 28 milioni 700 mila euro e nel 2006 erano già saliti a quasi 33, sono cresciuti ancora fino a 34.300.000 euro. Cioè quasi 14 in più rispetto a sette anni fa. Il che vuol dire che nel quinquennio berlusconiano e in questa successiva stagione unionista, il peso di questi gruppi sulle pubbliche casse è cresciuto del 67,4 per cento.

DEMOCRAZIA E ANTIPOLITICA - Tutti «costi della democrazia»? Pedaggi obbligatori che altri paesi non pagano (non così, non così!) ma che gli italiani dovrebbero essere felici di versare per tenersi stretti «questo» sistema parlamentare, «questa» macchina pubblica, «questi» governi statali, regionali, provinciali, comunali che i loro protagonisti presentano, facendo il verso al «Candido» voltairiano, come il migliore dei mondi possibili? Tutti costi impossibili da ridurre al punto che il bilancio della Camera prevede già di costare come prima e più di prima anche negli anni a venire a dispetto di ogni dubbio e di ogni critica? Dice la storia che la Regina Elisabetta, invitata dal governo inglese a tagliare, ha preso così sul serio questo impegno che la spesa pubblica per la Corona è scesa dai 132 milioni di euro del 1991-1992 a meno di 57 milioni.
Eppure, guai a ricordarlo. C'è subito chi è pronto a levare l'indice ammonitore: attenti a non titillare l'antipolitica, attenti a non gonfiare il qualunquismo, attenti a non fare della demagogia. Ne sappiamo qualcosa noi, ne sa qualcosa chiunque in questi mesi ha rilanciato con forza alcune denunce, ne sa qualcosa Beppe Grillo. Ma certo, non tutto quello che ha detto il «giullare- à-penser» genovese può essere condiviso. Dall'invettiva del «Vaffanculo Day» lanciata in un Paese che ha bisogno come dell'ossigeno di un linguaggio più sobrio fino all'appoggio alle tentazioni di rivolta fiscale. Un acerrimo avversario dello Stato italiano come Sylvius Magnago, straordinario protagonista di durissimi scontri in difesa dei sudtirolesi di lingua tedesca, lo ha spiegato benissimo sottolineando di sentirsi «un patriota austriaco ma un cittadino italiano»: «prima» si devono pagare le tasse, «poi» si può dare battaglia.

Ma quale autorevolezza hanno per liquidare Grillo quanti per anni e anni non sono riusciti a dimostrare la volontà, la capacità, la credibilità, la forza per cambiare sul serio questo Paese? L'Umberto Bossi che intima a Grillo che «occorre stare attenti a non esagerare» non è forse lo stesso Bossi che diceva che «il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della storia»? Gerardo Bianco che al Grillo che vorrebbe un limite massimo di due legislature risponde dicendo che «non bisogna seguire la piazza a rimorchio di istrioni della suburra» non è lo stesso che siede in Parlamento dal 1968? E il Massimo D'Alema che liquida gli attacchi di Grillo ai partiti dicendo che per sua esperienza «se si eliminano i partiti politici dopo arrivano i militari e governano i banchieri» non è lo stesso che nei giorni pari dice che «la politica rischia di essere travolta come nel 1992» e nei dispari che «i costi della politica sono un'invenzione di giornalisti sfaccendati»?
E la destra che, Udc a parte, ha firmato col proprio questore il bilancio della Camera e poi si è rifiutata di votarlo nella speranza di cavalcare la tigre, non è quella stessa destra che governava con una maggioranza larghissima nei cinque anni in cui le spese delle principali istituzioni pubbliche sono cresciute di quasi il 24 per cento oltre l'inflazione? Per quel po' di esperienza che abbiamo fatto in questi mesi dopo l'uscita del nostro libro, incontrando diverse migliaia di persone, ci andremmo molto cauti, prima di liquidare l'insofferenza di milioni di cittadini, confermata inequivocabilmente dai sondaggi e dalle analisi di Ilvo Diamanti, come «tentazioni antipolitiche». Noi abbiamo visto piuttosto crescere una nuova consapevolezza. Quella che «prima» del legittimo diritto di ognuno di noi di sentirsi di destra o di sinistra, abbiamo tutti insieme un problema: una politica che ha allagato la società. E che, come dimostra il dibattito di queste settimane, non ha la forza non solo per risolvere i problemi ma neppure per metterli sul tavolo.

BILANCI TRASPARENTI - È «antipolitico» chiedere come mai non vengono neppure ipotizzati l'abolizione delle province o l'accorpamento dei piccoli comuni? Che tutte le amministrazioni pubbliche siano obbligate a fare bilanci trasparenti dove «acquisto carta da fax» si chiami «acquisto carta da fax» e «noleggio aerei privati» si chiami «noleggio aerei privati» così da spazzare via tanti bilanci fatti così proprio per essere illeggibili? Che anche il Quirinale metta in Internet il dettaglio delle proprie spese come Buckingham Palace? Che venga rimossa quella specie di «scala mobile» dell'indennità dei parlamentari ipocritamente legata a quella dei magistrati due decenni abbondanti dopo l'abolizione del meccanismo per tutti gli altri italiani? Insomma: viva le istituzioni, viva il Parlamento, viva i partiti. Però diversi: diversi. E soprattutto: è antipolitico chiedere che certi politici italiani la smettano di essere così presuntuosi da pretendere di identificarsi automaticamente con la Democrazia?

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella

ilcorrieredellasera

domenica, settembre 23, 2007


La classe politica è allo sbando ed in preda solo alla voracità dei propri interessi.

Il governo, nominando Fabiani al posto di Petroni, ha sconquassato i già fragili rapporti interni alla maggioranza.
L'opposizione giustamente si oppone ma fa sorridere dicendo che non è mai successo che il presidente, il direttore generale e la maggioranza del Cda della Rai siano espressione dei partiti.

La RAI è stata sempre controllata dai partiti.
Il cosiddetto Piano aziendale della RAI è sempre il frutto della voracità dei partiti di controllarla.

Questo ultimo scandalo televisivo diminuisce la già scarsa credibilità e corrrettezza della RAI.
Il vero male della Rai è il rapporto con il potere politico che ne indebolisce la funzione civile, che la limita vitalità culturale e che la fa soffrire come impresa che opera nel mercato.

Invece di risolvere i problemi urgenti degli italiani (lavoro, sicurezza, sanità, democrazia...) il Paese Italia è bloccato dal dibattito sul cda Rai, il governo ha rischiato di capitolare sulla Rai, da una semplice sostituzione di un consigliere con un altro.

La classe dirigente è lontano anni luce dal Paese ...
Troppo chiacchiericcio politico, ma i fatti concreti e le risoluzioni dei problemi dove sono ????

Il guaio di questo disgraziato Paese non è solo quello di avere un governo incapace ma c'è anche un'opposizione che quand'era al governo lasciò le cose come stavano, concentrandosi sugli amministratori, e che, oggi, non ha una proposta seriamente alternativa da contrapporre.

In questo repubblica, dove si pensa solo ad occupare il Potere, la Politica muore

A questo punto, forse, l'unico modo è quello di vendere la Rai, se non altro per togliere le mani dei partiti dalla informazione televisiva e per migliorare le casse dello Stato.

E poi diciamo la verità.
Non solo la RAI ma tutto lo stato e le istituzioni repubblicane sono lottizzate e controllate dai partiti.

mercoledì, settembre 19, 2007

In un clima pesante, dove la sfiducia e l’antipolitica dilagano, napolitano ha detto che la situazione è pericolosa, ed è preoccupato per gli attacchi alla politica e alle istituzioni.

Chiaro il riferimento al qualunquismo e, senza nominandolo, a grillo.

Il capo dello Stato parla sul difficile rapporto tra notizia e sensazionalismo.
e si chiede come coniugare principio di libertà e principio di responsabilità, anche e in particolare quando si indaghi, e si denunci in materia di politica e istituzioni.

Per difendere il sistema repubblicano napolitano ha detto ai giornalisti di smettere di alimentare qualunquismo e antipolitica.

Visto il suo ruolo è normale e logico che napolitano cerchi di difendere le istituzioni ma ,invece di dare un duro richiamo ai giornalisti - il diritto-dovere d'informare e comunicare obbliga a essere sempre coscienti delle ricadute d'ogni denuncia indiscriminata e magari approssimativa -, non sarebbe meglio criticare o denunciare i comportamenti scorretti e sbagliati presenti nelle istituzioni e tra i politici ?

Non si difende le istituzioni con le parole ma piuttosto facendo cose concrete, come ad esempio diminuendo i costi del quirinale e pubblicando le spese del quirinale.

Ho la sensazione che napolitano continua a comportarsi da politico, ed in questo caso si perde nel teatrino politico lontano dalle cose concrete e dagli italiani...


Il presidente e le accuse ai partiti: «So che è scomodo ma intervengo» Napolitano: «Antipolitica pericolosa» Il capo dello Stato: l'informazione eviti il sensazionalismo

ROMA — Lo allarma il «danno» che procura un’informazione concentrata soltanto in «rappresentazioni unilaterali della realtà», ispirata magari «dall’idea che "le buone notizie non sono notizie"». E gli suscitano inquietudine «le ricadute che può avere la denuncia indiscriminata e magari approssimativa, non puntuale, sensazionalistica dello stesso mondo della politica e delle istituzioni». Nelle redazioni il vento sembra oggi soprattutto questo, a Giorgio Napolitano. E secondo lui è un vento «pericoloso», che rischia di portare a conseguenze preoccupanti. La più grave, sottintesa ma trasparente nel suo ragionamento, è di veder crescere la distanza tra l’Italia delle piazze dove vanno in scena i nuovi tribuni (come Beppe Grillo, comunque mai nominato) e l’Italia dei palazzi del potere, stretta d’assedio. Insomma: la febbre dell’antipolitica, accompagnata dal pericolo di una rapida degenerazione in patologia del corpo sociale, preoccupa molto il capo dello Stato. Tanto che chiede pubblicamente un impegno ai mass media e non si sottrae, subito dopo, a un breve botta e risposta di approfondimento.

Presidente, pure lei avanza il sospetto che giornali e tv abbiano un certo grado di responsabilità nell’alimentare i sentimenti di rifiuto della politica ormai dilaganti nel Paese. «In casi come questo i mass media dicono: "noi raccogliamo e riflettiamo la realtà". Il che è logico ma, dico io, la questione è "come" si raccoglie e si riflette questa realtà». Resta il fatto che, mentre si dibatte su quale sia la più corretta interpretazione del lavoro giornalistico, il clima diventa di giorno in giorno più pesante. «Già, e mi pare una situazione pericolosa». Lei lascia intendere anche che sarebbe «più comodo», per il Quirinale, non intervenire su questa materia... «Sì, sarebbe più conveniente, per me, cavalcare il fenomeno oppure estraniarmi da tutto. Ho scelto di non fare né l’una né l’altra cosa».
Napolitano è dunque consapevole di toccare «un argomento delicato» e anzi perfino «sospetto a seconda della collocazione personale o politica di chi l’affronta». Però non ci rinuncia, richiamando i giornalisti (e non soltanto loro) al dovere di «coniugare principio di realtà e principio di responsabilità», senza per questo «accettare censure o infliggersi autocensure». È importante tenere conto delle conseguenze «di quel che si scrive o si comunica»— aggiunge—specie quando «si informi, si indaghi, si denunci in materia di politica e di istituzioni ». C’è infatti «un interesse generale » da preservare sempre. Un valore superiore, diciamo così, che per lui di questi tempi coincide con «l’assillo del rafforzamento della vita democratica e delle istituzioni repubblicane». Il nodo del problema è tutto qui, per il presidente della Repubblica. Il quale riconosce che «il mondo politico merita ogni disvelamento e approfondimento critico».E tuttavia sollecita a fare questa sacrosanta opera di indagine permanente «con la misura adatta a suscitare partecipazione e volontà di riforma piuttosto che sterile negazione e, in definitiva, senso di impotenza ».

Altrimenti — ecco il retropensiero dell’appello — si producono spinte di sgangherato qualunquismo, la gente non crede più a nulla e ci si infila dritti in una crisi di sistema. Per dire tutto questo, biasimando con toni tra lo scherzoso e il serio «la troppa violenza al congiuntivo» e il «troppo gossip a scapito delle notizie», il capo dello Stato ha scelto la «Giornata dell’informazione». Un appuntamento organizzato riunendo al Quirinale oltre duecento fra promotori, giurie e vincitori di alcuni importanti premi giornalistici. Diversi dei quali assegnati alla memoria di reporter che hanno sacrificato la vita in aree di guerra (da Enzo Baldoni a Maria Grazia Cutuli), in zone di mafia (Giovanni Spampinato) e di camorra (Giancarlo Siani). A chiusura dell’incontro, Napolitano non manca di esprimere come altre volte esplicita solidarietà alla classe giornalistica. Che anche a lui sembra penalizzata dal «troppo precariato» e dall’ «umiliazione di un contratto che non c’è, quasi sospeso a tempo indeterminato».

ilcorrieredellasera

martedì, settembre 18, 2007



Ha ragione da vendere il presidente della Cei, Angelo Bagnasco.
L'Italia vive una crisi profonda, è venuto meno il legame che unisce il cittadino allo Stato, legame che esiste solo se lo stato è capace di farsi promotore e garante del bene comune.

E' inoltre illusorio sperare in un improvviso quanto miracolistico rinsavimento morale, se al punto in cui ci troviamo non avviene una ricentratura profonda, da parte dei singoli soggetti e degli organismi sociali, sul senso e sulla ragione dello stare insieme come comunità di destini e di intenti.

Purtroppo gli italiani non sono assolutamente rappresentata, ne' tanto meno definita, dai fenomeni peggiori a cui tanta enfasi viene data dai massmedia.

Nonostante la malata società nella quale viviamo, la componente sana della società è ampiamente maggioritaria, nel silenzio dignitoso e in spirito di sacrificio, con ancoraggio alla fede cristiana o per ispirazione all'umanesimo.

Commento.
Secondo me, la CEI condanna senza appello lo stato repubblicano, la classe politica, i massmedia, che hanno plasmato una società lontana dai principi e valori ai quali l'uomo ha sempre creduto e dove è cresciuto.

Lo Stato, inteso come comunita' politica strutturata, ha solo il compito di registrare e regolamentare le spinte comportamentali che emergono dal corpo sociale.

A questo punto per avere una Vita e Società migliore è necessario che l'uomo, ancorato alla fede cristiana o all'umanesimo, definisca un nuovo stato, una nuova classe politica, una nuova società....

Insomma c'è bisogno di una rivoluzione.



Italia spaesata rischia la crisi morale, avverte Bagnasco (Cei)


CITTA' DEL VATICANO (Reuters) - Davanti a situazioni e comportamenti "criminali" senza soluzione, l'Italia rischia di diventare un paese "spaesato" se non si pone un argine alla deriva dei valori essenziali della convivenza.

E' l'appello che il presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco, ha rivolto oggi al Consiglio episcopale permanente, con uno sguardo attento ai recenti episodi di cronaca, dal "dramma crescente" degli incendi boschivi, alla "clamorosa inclusione" della scelta di aborto tra i diritti umani riconosciuti, dal problema degli sfratti alla mondanità.

"Vi sono situazioni e comportamenti socialmente deplorevoli, anzi criminali, che non riescono a trovare soluzione: pensiamo, ad esempio, al dramma recente e crescente degli incendi boschivi provocati dall'uomo che in questa ultima estate hanno messo in ginocchio intere zone del Paese", ha ricordato Bagnasco nella sua prolusione.

"Alla luce di simili fatti, ma anche di altre tendenze comportamentali, sembra che diventi sempre più friabile il vincolo sociale e si prosciughi quel tipo di solidarietà su cui una comunità strutturata deve fare affidamento, se vuole essere un paese-non-spaesato".

Pur definendo "illusorio sperare in un improvviso quanto miracolistico rinsavimento morale", il presidente della Cei invita a ritrovare, anche grazie alla religione, "i valori essenziali per una convivenza".

Bagnasco tiene a precisare di non auspicare "uno stato etico", "che in realtà nessuno vuole", ma ricorda l'importanza di valori come quello della persona e della vita umana, della famiglia fondata sul matrimonio, della libertà dei genitori nell'educare i figli, "ai quali vale la pena dedicare la vita: barattarli, questi valori, significherebbe annichilire le sorgenti della vita stessa".

Il presidente della Conferenza episcopale guarda con preoccupazione a una società "afflitta da uno strano 'odio di sé' ... che fa del 'relativismo' il proprio 'credo'", citando ad esempio "l'atteggiamento di resa che contrassegna tanta prassi sociale, in cui a prevalere sono il divismo, il divertimento spinto ad oltranza, i passatempi solo apparentemente innocui, il disimpegno nichilista e abbrutente la persona".

Davanti a uno scenario così cupo, Bagnasco tratteggia una soluzione nella "componente sana della società" che definisce "maggioritaria" e che, ispirata ai valori del Vangelo, "nel silenzio dignitoso e in spirito di sacrificio" e che "vive i propri doveri, vive la realtà della famiglia e le varie relazioni, vive la sfida irripetibile della propria esistenza terrena con serietà, onestà e dedizione".

reuters

sabato, settembre 15, 2007




15 SETTEMBRE 1904: NASCE RE UMBERTO II

Umberto II, Re d’Italia

Nato a Racconigi il 15 settembre 1904
Sposato a Roma l’8 gennaio 1930
Luogotenente Generale del Re il 5 giugno 1944
Re d’Italia dal 9 maggio 1946 al 18 marzo 1983

mercoledì, settembre 12, 2007


Rischio freddo e buio per l'inverno
Oltre l’autunno caldo, c'è anche l’inverno freddo.

Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel, senza mezze parole ha detto che siamo ancora piu' fragili di due anni fa, rischiamo ancora di rimanere al freddo e al buio.

Certamente prima o poi in Italia ci sarà un black out, aumentano i consumi e contemporaneamente riduciamo gli stoccaggi, anche a causa di una errata interpretazione del Ministero dell'Ambiente, e non facciamo nulla per creare o trovare energia.

In breve ecco la situazione.
- Importiamo troppa energia dall’estero.
- Gli enti locali fanno i guastatori ogni volta che si decide di costruire una centrale a carbone o un impianto di rigassificazione.
- Non c’è diversificazione delle fonti
- Niente nucleare

E non solo c'è anche l'aspetto economico, perchè alla fine, il costo è del 25% in più rispetto alla media europea.
Inoltre Conti dice la mancanza di rigassificatori, impianti a carbone e centrali nucleari si puo' quantificare per l'Italia in un danno di 200 miliardi di euro, una cifra pari al 3% del Pil del nostro Paese.

La situazione è drammatica anche dal punto di vista politico perchè si sa benissimo che le forniture di gas che arrivano dagli altri paesi sono strumento di pressione politica.
L'Italia è un paese completamente nelle mani dei paesi che ci forniscono energia, dipendiamo da fonti energetiche estere, la repubblica ci ha resi schiavi.

Ultima chicca.
Bersani, ministro dello Sviluppo economico, invece di fare autocritica non trova di meglio che prendersela con gli italiani: Consumano troppo, dovranno limitarsi nell’uso di luce e gas.

Come continuo a sostenere nel mio blog, purtroppo noi italiani siamo nelle mani di un sistema incapace di svolgere il suo compito.

Basta repubblica delle banane !

Frascati, 15:25
ENERGIA: BERSANI, ITALIA E' ANCORA ABBASTANZA NEI GUAI

Dal punto di vista della sicurezza energetica l'Italia e' "ancora abbastanza nei guai". Lo ha sottolineato il ministro dello Sviluppo Economico, Pier Luigi Bersani, intervenendo al seminario organizzato dal gruppo parlamentare dell'Ulivo a Frascati. Il ministro ha spiegato che nell'affrontare il tema energia "l'accento deve essere posto sulla preoccupazione" e il pericolo "non va sottovalutato perche' con il crescere della domanda, non siamo riusciti a tenere il passo in questi anni con gli investimenti e la capacita' che non ci possono lasciare tranquilli". La ricetta, ha indicato Bersani, e' "realizzare infrastrutture, diversificare e approvvigionarsi con maggiori quantita'". Ma l'Italia, ha proseguito, deve fare i conti anche con un nuovo problema "che sta crescendo come una pianta rigogliosa: la resistenza localistica agli investimenti". Quest'ultimo, ha proseguito il ministro, "sta accelerando" generando atteggiamenti di tipo "corporativistico, localistico e familistico che si stanno rinvigorendo". Bersani ha pero' messo in chiaro che il Governo intende superare queste barriere, anche chiamando gli Enti locali a fare i conti con le proprie responsabilita': "Posto che ogni Regione deve dare un contributo minimo per la sicurezza del sistema, e posto che ci siano delle inadempienze, e' ora che cominciamo a far sentire il costo delle inadempienze. Con meccanismi di incentivazione per superare la pigrizia e anche rompendo qualche noce".

larepubblica

lunedì, settembre 10, 2007



Senza dubbio preferivo Grillo quando faceva il comico, adesso che fa l’antipolitico mi è un pò antipatico, interessato soprattutto ad apparire sulle prime pagine dei media.
Le iniziative del postcomico genovese danno risposte sbagliate alla crisi di credibilità del sistema repubblicano ( politica e dei partiti).
Le proposte di legge di Grillo sono essenzialmente tre:
la non eleggibilità di parlamentari condannati, un massimo di due legislature a parlamentare e la loro elezione diretta.

Secondo me le prime due non sono proposte sensate.
Non importa quanto tempo stanno al parlamento i politici ma ciò che conta è la loro capacità.
Se per caso avessimo degli ottimi parlamentari, con questa legge, dopo due mandati dovrebbero lasciare il parlamento.
Ma perchè sostituirli con altri meno bravi se sono validi?

Inoltre se un politico ha un orizzonte di molte legislature, può permettersi di avviare riforme coraggiose.
Un esempio è la riforma delle pensioni: chi si darebbe pena di scontentare tutti oggi, nella consapevolezza che quando, domani, sarà chiaro che era la cosa giusta da fare non potrà più candidarsi e ottenere soddisfazione?
Se un governo sa che lavora per altri, perché mai dovrebbe darsi da fare?

Per quel che riguarda i politici condannati in via definitiva potrei essere d'accordo però solo se avessimo una Giustizia che funziona, ma purtroppo non è così.
In Italia la Giustizia è profondamente malata, la questione morale è giusta solo in teoria, e nel nostro paese la Giustizia è diventata un'arma per eliminare l'avvesario, per conquistare il potere, per fare carriera, per comparire in tv o giornali....

Le iniziative di grillo sono condotte con un populismo che è poco definire sudamericano ed inoltre sono discutibile e perdono di vista il problema e cioè che la Politica (con la P maiuscola) non esiste più, c'è una profonda crisi dei partiti, la spesa pubblica è fuori controllo, lo stato è inefficiente, c'è un enorme spreco ....

Con queste proposte leggi si risolverebbe qualcosa? Ho dei dubbi.

Condivido invece l'ultimo punto, e cioè che i parlamentari non devono essere scelti dai segretari di partito ma devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta.

L'aspetto più inquietante è che se la politica si lascia umiliare da un comico allora significa che non vale nulla.

Anche il qualunquismo ha una sua dignità, ma solo in una paese allo sbando, dove la debolezza della politica raggiunge abissi, le espressioni dell’impotenza civile diventano parole d’ordine con cui fare seriamente i conti nel Palazzo.

La politica diventata ormai spettacolo è messa in crisi da un comico.

Insomma in questa repubblica delle banane l'opinione pubblica ha la certezza che la politica è tutto un magna magna, il Parlamento è il luogo del privilegio, ed è quindi inevitabile che l’antipolitica sia così forte e radicata nella società.

In Italia le istituzioni sono sempre più deboli, la democrazia è più che altro evocata.

Dopo la grande fortuna editoriale del libro La Casta, il caso Grillo è l'ennesimo campanello d'allarme.
Comunque non ha senso deprecare il qualunquismo e antipolitica, urgono risposte coraggiose in tema di regole e di costume politico. Urge assicurare, nella vita interna dei partiti, legalità, trasparenza, democrazia.

Questa repubblica delle banane sta crollando e c'è sempre più bisogno di una rivoluzione.

Per me la Monarchia è una valida risposta.

sabato, settembre 08, 2007




Per contrastare il linciaggio della figura di Re Vittorio Emanuele III da decenni perpetrato dalla propaganda repubblicana, segnalo alcuni pareri insospettabili di favoritismo monarchico.

- Sergio Romano (Corriere della Sera, 23-06-06):
debbo chiedermi cosa sarebbe successo se il Re fosse rimasto nella capitale e fosse caduto, com'era probabile, nelle mani dei tedeschi. Vi sarebbero state nei mesi seguenti un'Italia fascista governata da Mussolini e un'Italia occupata dagli alleati, priva di qualsiasi governo nazionale.
La fuga, fra tante sventure, ebbe almeno l'effetto di conservare allo Stato un territorio su cui sventolava la bandiera nazionale. Non è poco.


- Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente della Repubblica:
il Re ha salvato la continuità dello stato (il governo italiano colmò l'incombente vuoto istituzionale, imponendosi agli alleati quale unico interlocutore legittimo).

- Dello stesso parere anche il marxista prof. Ernesto Ragionieri (cfr. la sua "Storia d'Italia", edita da Einaudi).

- Lucio Villari (Corriere della Sera, 09-08-2001):
Sono, in proposito, assolutamente convinto che fu la salvezza dell'Italia che il Re, il governo e parte dello stato maggiore abbiano evitato di essere afferrati dalla gendarmeria tedesca e che il trasferimento (il termine "fuga" è, com'è noto, di matrice fascista e riscosse e riscuote però grande successo a sinistra) a Brindisi gettò, con il Regno del Sud, il primo seme dello stato democratico e antifascista ed evitò la terra bruciata prevista, come avverrà in Germania, dagli alleati.

La vulgata storica imposta dalla visione repubblicana è inquinata dagli occultamenti della verità, facendo leva sulla propaganda di nazisti, repubblichini o Comitato di liberazione nazionale, per condannare la monarchia anche dal punto di vista morale.

Infatti la cosiddetta fuga di Vittorio Emanuele III fu coniata dagli ambienti vicini a Mussolini, fu una parola utilizzata da subito dai fascisti.
Fin dall’aprile ’43 i nazisti cercavano l’occasione per invadere l’Italia, e quella della fuga era una occasione ghiotta per realizzare il disegno.

In realtà Re Vittorio Emanuele III salvò l'Italia.

venerdì, settembre 07, 2007



Continuano le grandi manovre in vista della presentazione della Finanziaria per il 2008 per far quadrare i conti.
Il ministro dell'Economia ha presentato il Libro verde sulla spesa pubblica per riqualificare le spese pubbliche, la parola d'ordine è spendere meglio, eliminando gli sprechi, correggendo i fenomeni di cattivo costume, riducendo i costi della politica.

Breve inciso polemico.
La Commissione tecnica per la finanza pubblica, che ha messo a punto il Libro Verde, costa un milione e 200mila euro all’anno. Lo stabiliscono il comma 474 e seguenti della legge finanziaria di quest’anno

Inoltre il Libro Verde non dà alcuna indicazione sui possibili risparmi di spesa che faranno parte della prossima finanziaria, ma mette in luce come esistano spazi oggettivi per una riqualificazione della spesa pubblica.

Quello che si legge nel libro non è una novità.
Si sa già che la spesa previdenziale italiana sia la più alta dell’area euro: il 14,7% del Pil a fronte di una media del 12,7%. Eppure, questo governo ha eliminato una riforma previdenziale che consentiva la riduzione del costo previdenziale.

E non c’era bisogno di una Commissione tecnica per rendersi conto delle performance del settore pubblico. Quelle italiane sono le più basse d’Europa.

E' noto che gli stipendi degli statali sono cresciuti del 30% in cinque anni: Il 10% in più rispetto ai lavoratori dell’industria, il doppio rispetto all’inflazione....eccetera ...


Andiamo oltre.
Conoscendo l'alta inefficienza, la corruzione, l'enorme burocrazia del sistema repubblicano (stato, regioni, province, comuni ...) evidentemente la riqualificazione della spesa pubblica è un imperativo urgente e ineludibile.
Questa è una strada a senso unico, che deve essere percorsa il più presto possibile perchè solo così è possibile spingere la crescita, elevare il benessere e dare un futuro ai giovani.

Basta leggere il recente libro di Stella e Rizzo La Casta, per capire che spendiamo molto per tenere in piedi una macchina che non produce benefici.

Secondo me questa tendenza virtuosa è possibile solo se si riforma completamente lo stato italiano, è necessario una specie di rivoluzione liberale per riscrivere una nuova costituzione e per instaurare una nuova classe politica .

La verita' e' che il dna della repubblica ( dominata dalla sinistra ) non accetta ideologicamente la possibilita' di diminuire le tasse, perche' interpreta la politica fiscale come metodo punitivo nei confronti di chi osa guadagnare piu' di altri, e la vulgata vuole che sia possibile ridurre le spese indipendentemente dalla pressione fiscale.

Inoltre non si deve dimenticare che i partiti non vogliono ridurre le spese pubbliche perchè sanno che in questo caso perderebbero milioni di voti.
Infatti i politici, per assicurarsi il consenso, hanno comprato milioni di voti, il clientelismo è una tipica abitudine repubblicana.

Lo Stato repubblicano non e' in grado di porsi autonomamente un freno quando si tratta di spendere soldi, e temo che continueranno a dominare l'impotenza di decidere sul serio e dall'altro il solito marketing politico-elettorale a buon mercato.

Se si volesse veramente prendere sul serio il doveroso obiettivo di ridurre la spesa pubblica, bisognerebbe contemporaneamente (1) tagliare spese inutili, (2) diminuire le tasse, (3) impedire un innalzamento dell'indebitamento.
Il problema è che strangolare le spese e snellire il sistema hanno l'inevitabile conseguenza di tagliare una della gambe sulle quali si fonda il sistema repubblicano (l'altra è la propaganda media), e quindi è quasi impossibile che il regime repubblicano possa autocorreggersi o limitare il suo potere.

Tempi sempre più duri ci aspettano ...

Spesa pubblica: Padoa-Schioppa, "Per ridurla spendere meglio"

ROMA - Il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ritiene che per aumentare il contributo del bilancio alla crescita, per ridurre la pressione fiscale, per alleggerire il peso del debito pubblico c'e' solo una strada da seguire: spendere meglio.
"Cio' che lascia a desiderare non e' tanto l'elevato livello della spesa pubblica quanto la qualita' insufficiente rispetto ai bisogni del Paese", scrive Padoa-Schioppa nel "Libro verde sulla spesa pubblica". Secondo il ministro "alcuni risultati possono essere ottenuti con l'eliminazione dello spreco, la correzione di fenomeni di cattivo costume portati alla luce anche di recente, la riduzione dei costi della politica". (Agr)

ilcorrieredellasera

lunedì, settembre 03, 2007



I poveri italiani non possono sorridere.

Le retribuzioni contrattuali crescono a ritmi minimi, i più bassi degli ultimi quattro anni.

Secondo l'Istat nel mese di luglio, le retribuzioni sono cresciute dello 0,1 per cento rispetto al mese precedente.





Commento:
aumenta sempre più la differenza tra la casta dei politici, creata e foraggiata dal sistema repubblicano, ed i poveri lavoratori italiani.

Anche confrontando gli stipendi dei politici con quelli degli italiani si capisce che la repubblica italiana è una oligarchia .

Minimi aumenti ai lavoratori, massimi privilegi ai politici.


Tra gennaio e maggio più di 800 mila ore perse per conflitti sindacali Rallenta in Italia la crescita degli stipendi A luglio l'aumento è risultato dell'1,8% in più rispetto al dato del 2006. Ma è il più basso degli ultimi quattro anni. Inflazione all'1,6

ROMA - Le retribuzioni degli italiani sono in crescita ma l'ultimo aumento, registrato a luglio, pari all'1,8%, è il più basso degli ultimi quattro anni. Lo comunica l'Istat precisando che per riscontrare un tasso di crescita più basso bisogna risalire a giugno 2003, quando l'incremento fu pari all'1,7%. Le retribuzioni contrattuali a luglio sono cresciutedello 0,1% rispetto a giugno e, appunto, dell'1,8% rispetto a luglio 2006. Sempre a luglio l'inflazione è stata pari all'1,6%.

CONFLITTI SINDACALI - Dalle analisi dell'Istituto nazionale di statistica emergono altri dati che fotografano la realtà del mondo del lavoro. Tra gennaio e maggio 2007 il numero di ore non lavorate per conflitti originati dal rapporto di lavoro è stato di 824 mila, il 63,4% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le principali motivazioni dei conflitti, secondo quanto precisa l'Istat, sono da imputare al rinnovo del contratto e alle altre cause residuali, con quote percentuali sul totale delle ore non lavorate rispettivamente pari al 26,2% e al 41,1%.

CONTRATTI SCADUTI - Risultano scaduti 36 contratti relativi a circa 8,9 milioni di lavoratori dipendenti e pari al 74,3% del monte retributivo totale. L'Istat ricorda poi che alla fine del mese di luglio sono invece in vigore 40 accordi, che regolano il contratto normativo di 3,4 milioni di dipendenti. La quota di contratti nazionali in vigore - spiega ancora l'Istat - sottende situazioni molto differenziate a livello settoriale: la copertura infatti totale nell'agricoltura e nell'edilizia, mentre livelli di copertura più contenuta caratterizzano i settori trasporti, comunicazioni e attività connesse (52,9%) e industria in senso stretto (40,3%, in forte riduzione rispetto al mese scorso). Quote decisamente inferiori caratterizzano il settore del credito e assicurazioni (2,9%) e quella dei servizi privati (6,9%). Infine, relativamente, alla pubblica amministrazione e al commercio, pubblici esercizi e alberghi nessuno dei contratti osservati dall'indagine è in vigore (copertura nulla).

ilcorrieredellasera

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